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San Giuseppe Jato

San Giuseppe Jato

Il Comune di San Giuseppe Jato sorge ai piedi del Monte Jato (852 m), sul versante sinistro dell'omonima valle.
La valle dello Jato è orientata ad occidente ed è ampia e morbida di terreni argillosi intensamente coltivati a seminativo e vigneto.
I rilievi calcarei che la circondano, che presentano ripidi versanti rocciosi,
costituiscono la porzione più meridionali del gruppo dei Monti di Palermo.
Il fiume Jato raccoglie le acque della sorgente Cannavera, della fonte Rizzolo e della fonte Chiusa, il suo corso,
ai piedi del Monte della Fiera e interrotto dal lago artificiale Poma. La foce si trova nei pressi di Castellammare del Golfo.



Foto concessa da Caterina Caruso - Monte Jato

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Benvenuti a
San Giuseppe Jato

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AGOSTARO Rosario
AGOSTARO RosarioSindaco

Benvenuti nella sezione, del sito istituzionale del Comune di San Giuseppe Jato, dedicata alla promozione del territorio.

Attraverso questa sezione potrete visionare e conoscere la storia delle bellezze di un territorio che immerso nella valle dello Jato...

 

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Ricettività

Tipicità

Chiese, feste e tradizioni

Luoghi della storia e della cultura che tramandono tradizioni

Chiese, feste e tradizioni

Sita nella via Umberto, è dedicata al culto di San Giuseppe. Non a caso sul frontone è la dicitura: "Sacro a S. Giuseppe. Asilo a tutti di preghiera e di pace". È stata realizzata nel corso di vari decenni con la collaborazione di diversi architetti, tra cui Achille Viola. È stata completata nel 1922.

Madrice

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Sita nella via Umberto, è dedicata al culto di San Giuseppe. Non a caso sul frontone è la dicitura: "Sacro a S. Giuseppe. Asilo a tutti di preghiera e di pace".

È stata realizzata nel corso di vari decenni con la collaborazione di diversi architetti, tra cui Achille Viola. È stata completata nel 1922.

Ha uno stile un po' ibrido rusticobarocco. La navata centrale è decorata ad imitazione stucco (autori i Fratelli Brusca di Palermo). Nel tetto sono riquadrate tre pitture di buona fattura: l'Annunciazione di Maria, la Natività, la Presentazione di Maria al tempio.

Bellissimo il coro con stalli di legno scolpiti, con balaustra in bellissimi marmi.
Nella volta, belli gli affreschi del pittore Carta di Palermo. Nel centro: l'Incoronazione di Maria; a destra: La cena di Canaan; a sinistra: Gesù e la
Samaritana al pozzo di Sichen.

Sempre del pittore Carta sono i quattro affreschi simbolici agli angoli della volta del coro, le quattro virtù teleogali: Fede, Speranza, Carità ed Opere buone.

La Cappella principale, in fondo a destra, dedicata a San Giuseppe, accoglie una statua di legno del celebre scultore Bagnasco il Vecchio.

La Cappella principale in fondo a sinistra è dedicata all'Immacolata, la cui statua è di autore ignoto. Sempre a sinistra, vi è la statua di S. Calogero di fattura popolare, scolpita in legno di noce. Vi è, anche, un'artistica urna con Gesù deposto in croce, che viene condotta il
Venerdì Santo.

Nella Sacrestia, un grande quadro ad olio, purtroppo malamente restaurato, rappresenta l'Incoronazione di S. Giovanni di Dio. Si ritiene sia opera della scuola di Velasquez. Proviene dall'antica Chiesa di S. Teresa, in Piazza Indipendenza di Palermo unitamente al coro, alla
balaustra, al pulpito, al fonte battesimale e alle due fonti dell'acqua benedetta

Tempo quotidiano e tempo festivo sono i due poli che segnano per una Comunità rispettivamente il momento del lavoro e quello del divertimento. La Festa, spesso, si lega al Rito ed al sentimento religioso della Gente, perché recupera e ripropone cerimonialmente accadimenti per essa ritenuti importanti e significativi.

Feste e tradizioni

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Tempo quotidiano e tempo festivo sono i due poli che segnano per una Comunità rispettivamente il momento del lavoro e quello del divertimento. La Festa, spesso, si lega al Rito ed al sentimento religioso della Gente, perché recupera e ripropone cerimonialmente accadimenti per essa ritenuti importanti e significativi.

Così la più importante festa di San Giuseppe Jato è quella che si lega al Pellegrinaggio fatto in onore della Madonna della Provvidenza, all'omonimo Santuario (il 21 luglio di ogni anno). Tale festività è legata al ritrovamento di un dipinto, in ardesia grigia, raffigurante una "Madonna con Bambino", rinvenuto il 21 luglio 1784 in località Dammusi, da tale Onofrio Zorba, un contadino di Borgetto. Dice la leggenda che, mentre Onofrio dormiva sull'aia, dopo la mietitura del grano, insieme ad altri suoi compaesani e ad alcuni contadini di San Giuseppe Jato, gli sia apparsa la Madonna indicandogli il luogo dove era sepolta la sua immagine. Scoperto il quadro, pare sia nato tra i presenti una disputa su chi dovesse custodirlo. Tradizione vuole che Onofrio Zorba abbia avuto l'ispirazione di metterlo su un carro trainato dai buoi, con la convinzione che sarebbe stata la stessa Vergine a scegliere la sua strada. E così fu: difatti, i buoi scelsero la via di San Giuseppe Jato, fermandosi davanti alla casa del principe Beccadelli, dove venne eretta una chiesa per accogliere la sacra immagine. (Chiesa della Provvidenza).

Oggi il quadro della Madonna della Provvidenza, eletta Patrona di San Giuseppe Jato, è conservato nella Madrice. I fedeli, a tempo debito, per devozione, lo portano ogni anno in processione al Santuario eretto nell'ex feudo Dammusi, per poi, al termine del rituale, ricondurlo nuovamente nella chiesa che lo custodisce fino all'anno successivo, quando si ripeteranno le manifestazioni celebrative.

Alla Madonna della Provvidenza si lega, anche, un importante ciclo che si svolge il 13, 14, 15 agosto con manifestazioni a carattere religioso ma, anche, di tipo profano. Al tempo della festività di mezzo agosto, le Comunità legano una sorta di festa del Ringraziamento per i raccolti abbondanti, già ottenuti ma, anche, di propiziazione per il ben futuro dare sia dei campi sia degli armenti.

A San Giuseppe Jato i riti per la Patrona Maria SS. della Provvidenza, che durano più giorni, si connotano per una imponente sfilata di cavalli (13 agosto) ed una altrettanto importante fiera zootecnica (15 agosto).

Altra festa di antica tradizione è quella di San Giuseppe, risalente, con molta probabilità, ai primi anni di vita del paese. In essa sono manifeste le implicazioni socio-economiche, dal momento che il fatto più caratteristico del rituale è la preparazione, come ex voto, di un banchetto rituale in cui si appronta una grande varietà di pietanze da offrire ai poveri del paese. Una tale preparazione, in un ambiente rurale notoriamente parco e parsimonioso, segna tramite la distribuzione una simbolica offerta di ricchezza per tutti. Destinatari dell'azione simbolica sono i "Virgineddi", che sono tre bambini scelti per impersonare i componenti della Sacra Famiglia, che nel rito richiama l'importanza sociale della istituzione. La consumazione del pasto, ricco di varietà e sapori, è preceduto da funzioni religiose e da una sorta di recita a mo' di cantilena, il cui testo è stato, di recente, ripreso. Tale recitazione sanciva la sacralità dell'ingresso dei tre "Vergineddi" nella casa dove è preparato il banchetto, un luogo dove è, di norma, anche addobbato un altare in onore di San Giuseppe, che è Santo verso il quale i Sangiuseppesi nutrono una forte devozione.

La dimensione religiosa e festiva degli abitanti era vissuta, un tempo, attraverso altri due eventi oggi assai meno praticati: la festa di San Calogero (prima domenica di agosto); e la Festa di S. Cosmo (secondo lunedì dopo la Pentecoste). La processione era caratterizzata dalla presenza di fedeli su carri agricoli provenienti anche dai paesi vicini e dalla presenza di cavalieri su animali parati con ricche bardature e grossi campanelli, che, con assordante rastuono, facevano la spola tra il Santo e la Chiesa, luogo di culto, per deporvi tutto il ben di Dio che i devoti offrivano per ex voto: enormi ceri votivi, danari, ma anche pani di varia foggia; la Festa di S. Cosimo si celebrava sul Santuario del Monte Jato, a partire dalle prime ore del mattino. Sulla spianata antistante la chiesa, numerosi venditori ambulanti, con le loro bancarelle offrivano dolciumi, ceci e semi abbrustoliti, giocattoli per i bimbi. Presenti anche le "baracche" con il cibo: insaccati, pane, vino ed altro, per una scampagnata allietata da canti e danze, fino a pomeriggio inoltrato.

Altro momento di sentita festività è quello che si riconnette al Ciclo Pasquale, al Giovedì Santo con i Sepolcri addobbati nelle chiese; il Venerdì Santo con la Processione delle Confraternite e la rappresentazione dal Calvario arricchito da scene storiche: la domenica di Pasqua con "'u ncontru" tra Gesù Risorto e l'Addolorata che, ritrovando il Figlio perduto, smette il mantello nero. Facendo eco ad un'antica tradizione, a Pasqua si consumano taluni piatti tradizionali: le lasagne, l'agnello e la onnipresente cassata, il dolce di primavera, squisita per la ricotta che è un ingrediente assolutamente locale, di cui è assai rinomata la produzione.

La Chiesa della Madonna del Carmelo è ubicata in piazza del Carmine. Sorge alle pendici del Monte Jato in un ambiente salubre. La chiesa è Giuseppe Jato, sito a Nord-Est dell'abitato e vi si accede da via Leonardo da Vinci.

Madonna del Carmelo

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La Chiesa della Madonna del Carmelo è ubicata in piazza del Carmine. Sorge alle pendici del Monte Jato in un ambiente salubre. La chiesa è Giuseppe Jato, sito a Nord-Est dell'abitato e vi si accede da via Leonardo da Vinci. Lo stile richiama l'architettura rurale siciliana.

Secondo il culto cattolico la Madonna del Carmine è la protettrice dei morenti, ed in una statua, che attualmente si trova presso la Chiesa Madre, la si vede, insieme al Bambino Gesù ed al Padre Carmelitano San Simone mentre riceve dalle mani della Madonna uno scapolare.

Accanto alla Chiesa, si trova una Cappella, all'interno della quale, viè una botola che un tempo fungeva da ingresso per l'Ossario.

Inizialmente la Parrocchia era molto povera e pochi sono stati gli interventi per abbellirla. Nel 1952 fu realizzato un meraviglioso artistico altare in marmo, (opera del Conti) e la casa canonica.

San Francesco di Paola

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Inizialmente la Parrocchia era molto povera e pochi sono stati gli interventi
per abbellirla. Nel 1952 fu realizzato un meraviglioso artistico altare in marmo,
(opera del Conti) e la casa canonica.

Successivamente con le offerte raccolte in America dell'intraprendente e dinamico Padre Giglio fu costruito il Centro Educativo Assistenziale "Mons. Carpino", oggi sede della Scuola Media Statale e del salone Parrocchiale.

In seguito fu acquistata e ristrutturata una casa adiacente alla Chiesa, adibita come sede per l'azione Cattolica e per l'Associazione Scouts, e furono costruite le aule alla "Villa Sacro Cuore".

Tra le ultime realizzazioni sono da annoverare la nuova pavimentazione in marmo della Chiesa parrocchiale, la ripulitura delle pareti e della volta, il rifacimento del tetto, le nuove campane per il campanile, un orologio per la facciata cristiano quali l'amore, la pace, la riconciliazione. Temi che l'Autore affronta servendosi, anche, di colori simbolo che risultano essere predominanti. ed, infine, la collocazione nelle nicchie laterali di sei preziosi dipinti su seta raffiguranti episodi della vita di San Francesco di Paola, opera dell'artista Gabriel Meiring, nato in Sud Africa, a Johannesburg, ma di cultura europea (risiede da vent'anni a Gent in Belgio).

Oltre ad essere di notevole valore artistico i dipinti costituiscono una perenne lettura dei grandi temi del messaggio.

La chiesa è ubicata in corso Umberto I. È in stile neoclassico con capitelli e colonne in stile corinzio. All'interno si può ammirare il quadro originale della Madonna della Provvidenza che fu trovato in Feudo Dammusi, il 21 luglio 1784. Da questa data ha inizio la devozione popolare per la Santa Protettrice del paese.

Madonna della Provvidenza

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La chiesa è ubicata in corso Umberto I. È in stile neoclassico con capitelli
e colonne in stile corinzio. All'interno si può ammirare il quadro
originale della Madonna della Provvidenza che fu trovato in Feudo
Dammusi, il 21 luglio 1784. Da questa data ha inizio la devozione popolare per
la Santa Protettrice del paese.

All'interno della Chiesa, si trovano diversi altari: uno dedicato a San Giovanni Bosco, un altro a Maria Ausiliatrice, un altro ancora alla Madonna di Pompei.L'altare centrale, marmoreo, è dominato dal quadro originale della Madonna della Provvidenza; esso è in ardesia con ornamenti in argento applicati posteriormente al suo ritrovamento. Ai lati dell'altare
principale vi sono due tele che ricordano il ritrovamento del quadro, esse sono opere dell'artista Matteo Terzo.

La copertura è a volta e si estende per tutta la navata; il pavimento è in marmo policromo. In sacrestia è presente un Cristo in legno di autore e di epoca ignoti ed una copia in legno del quadro della Madonna della Provvidenza.
All'esterno della Chiesa è stata aggiunta una bordura frontale in prossimità della Croce. I mattoni tipo cotto, posti nella parte inferiore delle lesene, sono stati sostituiti da blocchi di marmo. Il portone, in ferro battuto con decorazioni floreali, richiama lo stile baronale siciliano.

La Chiesa, ubicata in via Nuova, in origine era molto semplice. Successivamente, è stata costruita la canonica e durante i lavori sono stati rinvenuti dei resti di ossa umane, sicché si è dedotto che, in assato, tale luogo era adibito a sepoltura.

Anime Sante

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La Chiesa, ubicata in via Nuova, in origine era molto semplice. Successivamente,
è stata costruita la canonica e durante i lavori sono stati rinvenuti dei resti di ossa umane, sicché si è dedotto che, in assato, tale luogo era adibito a sepoltura.

La struttura muraria è costituita da pietra mista a calce. Il prospetto esterno non è caratterizzato da uno stile architettonico preciso. La facciata principale è sormontata da un campanile ed è abbellita con palme ed edere rampicanti che le conferiscono un aspetto da chiesa di campagna.

Di recente sono stati ristrutturati il pavimento, in marmo, l'altare anch'esso in
marmo e il fonte battesimale. Al centro dell'altare si trova un quadro in legno di
V. Mussner raffigurante le Anime Sante. La copertura è a botte sormontata da un
tetto a falde inclinate, con tegole.

Territorio

Territorio

La ricchezza di luoghi attraverso i suoi panorami, i profumi ed i colori

Luoghi immersi nel territorio e avvolti dalla rigogliosa vegetazione che ne fanno scorci di paradiso

Le masserie

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Nel folto della vegetazione, coperte ormai da un paesaggio estremamente rigoglioso, le Masserie degli antichi Feudi Jato, Traversa, Dammusi e Chiusa lasciano, appena, trasparire le antiche vestigia quando erano, cioè, spazi costruiti intorno al Baglio, in cui, un tempo, vivevano i lavoratori dei campi, alla dipendenza dei Signori. Nelle Masserie erano raccolti gli attrezzi di lavoro, e conservati i prodotti agricoli e caseari; vi erano le stalle per gli animali e le case dei contadini ed anche una Cappella consacrata, a testimonianza del fatto che uomini e donne svolgevano la loro esistenza interamente all'interno di essa.

La Masseria Jato si trova in prossimità della contrada Vaccaio e del fiume Jato. Accanto vi sono una Torre cilindrica ed il Mulino più antico della zona. Esso è già menzionato nel 1182, in un documento (Rollo) che tratta dei confini delle terre concesse da Guglielmo II il Buono, Re normanno al Monastero di S. Maria La Nuova, da lui fondato.

La Masseria Traversa è ubicata nell'omonima contrada. Il feudo Traversa
apparteneva alla Camperia del Balletto. Le Camperie erano giurisdizioni istituite dall'Arcivescovado di Monreale ed erano gestite dal campiere.

La Masseria Dammusi. Il feudo Dammusi è particolarmente importante per San Giuseppe Jato. In questo feudo, infatti, incide il Casale dei Gesuiti che fu trasformato dal principe Giuseppe Beccadelli nella sua residenza estiva. Da ciò la sua denominazione di "Casa del Principe". All'interno vi è, anche, la Cappella con lo stemma dei Gesuiti. L'edificio è stato costruito in epoche differenti; la parte più antica è l'ala ovest che sorge sulla roccia.

La Masseria Chiusa. Il feudo aveva comode case, vigne e giardino; acque abbondanti, due mulini ed una cartiera che conobbe il suo splendore soprattutto nell'800. La carta la si otteneva macerando gli stracci. Talune di queste Masserie recuperate e ristrutturate sono divenute sede di richiestissimi agriturismo.

 
 
La forte presenza dell'acqua ha fatto sorgere nella Valle dello Jato numerosi Mulini che, attivi fino ai primi del 900, si erano affermati nella zona, come primiera industria della molitura. È noto, ad esempio, come fin dall'antichità essi fossero a servizio dell'Arcivescovado di Monreale.

I mulini

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La forte presenza dell'acqua ha fatto sorgere nella Valle dello Jato numerosi Mulini che, attivi fino ai primi del 900, si erano affermati nella zona, come primiera industria della molitura. È noto, ad esempio, come fin dall'antichità essi fossero a servizio dell'Arcivescovado di Monreale.

Si ricordano: Il Mulino del Principe. È così chiamato perché fu costruito per iniziativa dal Principe di Camporeale. È il più bel mulino presente nella zona. È caratterizzato dalla condotta sostenuta da arcate ogivali, forse di datazione precedente rispetto allo stesso mulino.

La sua struttura è a martello ed è stato costruito con pietra squadrata, (ai lati), e pietra informe mista tufo (il resto dell'edificio). Sono visibili talune catene in ferro che hanno lo scopo di trattenere la struttura stessa. All'interno sono ancora intatte differenti (due da macina e una da pulitura).

Il Mulino della Chiusa. Esso sfruttava le acque provenienti dal vallone Procura, dove un piccolo sbarramento innalzava l'acqua fino alla condotta. L'acqua arrivava sopra il mulino, in una botte di carico e, tramite una condotta verticale, acquistava pressione. Dopo, essa attraversava una cannella in dislivello da dove, per caduta, riceveva la spinta necessaria per mettere in moto la turbina che, poi, attraverso un albero trasferiva il movimento alle macine. Rimangono a testimonianza, dell'antica funzione, la condotta idrica, il garraffo, la turbina e la cannella.

Il Quarto mulino. Di questo mulino rimangono e sono visibili la botte di carico; la condotta che si biforca in due parti che servivano una per macinare il grano e l'altra per muovere le macchine di un pastificio; la ruota porta-cinghia che serviva per muovere i macchinari e, infine, una macchina utile a separare la farina dalla crusca.

Il Mulino della Provvidenza. Risalente alla fine del 1880, ha la tipica struttura a martello. Funzionava con gli stessi principi del Mulino della Chiusa.

L'arte casearia tradizionale è ancora oggi presente e i prodotti sono ottimi, conservandosi nella Valle dello Jato l'antico mestiere dei pastori, e della trasformazione del latte, sia perché la innovazione tecnologica è stata ridotta all'essenziale, sia perché si fa tesoro di un allevamento ancora all'aria aperta, con gli animali al pascolo su prati ed erbai spontanei...

Vini e formaggi

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I vini... Terra di latifondo e di vigneti, la Valle dello Jato offre, oggi, quale prodotto di qualità, esito della specifica vocazione del territorio, una grande quantità di vini forti e generosi, dalla spiccata personalità, estremamente ricchi di fragranza e di sapore mediterraneo. Una vasta offerta dovuta alla estrema cura e professionalità con cui viene trattato il prodotto, esito di vendemmie effettuate solo quando le uve hanno raggiunto la piena e giusta maturazione, e solo a seguito di un processo di fermentazione a temperatura controllata, ed utilizzando mosto "pulito".

La produzione dei vini locali ha avuto un notevole incremento nell'ambito di tutta una regionale promozione che è stata svolta di recente, sicché nel territorio operano diverse cantine vitivinicole che sono in grado di offrire una grande varietà di prodotto: vini da tavola, bianchi e rossi, sia sfusi che imbottigliati, peraltro segnati dal DOC (Denominazione di Origine Controllata) che ne garantisce la qualità.

Le uve utilizzate per la produzione provengono tutte dalle falde del Monte Jato. La provenienza, in massima parte collinare, su impianti a spalliera, e il fatto che la raccolta, come in parte il trattamento, siano ancora manuali, danno ai vini un gusto particolare, armonico e vellutato. Per i vini bianchi le uve privilegiate sono le locali "Catarratto extralucido" e "Inzolia"; per i rosati il "Sangiovese" ed il "Rosato di Sicilia"; per i rossi primeggia il "Nero d'Avola", vitigno tipicamente siciliano ad uva nera, che produce un vino di lento invecchiamento dal colore scuro, dal sapore corposo e dal gusto intenso.

Nella Valle dello Jato operano numerose cantine.

Le loro rispettive linee di produzione dei bianchi, dei rosati e dei rossi, è ricca ed eccellente. Nel novero delle rassegne nazionali ed internazionali, che da un po' di tempo a questa parte hanno decretato il successo dei vini siciliani, i vini della Valle dello Jato hanno sempre grande riscontro, riempiendo il medagliere di medaglie d'oro e d'argento e premi vari, che riconoscono oltre che la qualità dei vini in sé, anche il loro felice abbinamento con particolari percorsi gastronomici locali. Non a caso, San Giuseppe Jato è stata riconosciuta Città del vino, e partecipa al Circuito turistico che il 2 aprile di ogni anno porta i visitatori a vedere stabilimenti e luoghi di produzione, e a gustare vini e prodotti generosamente offerti nell'ambito della tradizionale Festa di Primavera che ogni anno connota l'evento, con mostre mercato e spettacoli foklorici. Ricordando il proverbio che dice che il "buon vino fa buon sangue", e ricordando, ancora, come il suo moderato consumo giornaliero, ai pasti, giovi più di un medicamento, non ci resta che innalzare i bicchieri per un condiviso brindisi augurale: alla salute! (sic).

I formaggi... 

L'arte casearia tradizionale è ancora oggi presente e i prodotti sono ottimi, conservandosi nella Valle dello Jato l'antico mestiere dei pastori, e della trasformazione del latte, sia perché la innovazione tecnologica è stata ridotta all'essenziale, sia perché si fa tesoro di un allevamento ancora all'aria aperta, con gli animali al pascolo su prati ed erbai spontanei.

La preparazione del formaggio comprende le seguenti fasi: preparazione del latte, riscaldamento e coagulazione del latte, separazione del siero dal coagulo, elaborazione della cagliata, maturazione della cagliata, seguita dalla salatura e dalla stagionatura.

I formaggi, a seconda della struttura della pasta possono essere classificati in: freschi, a pasta molle, a pasta elastica, a pasta dura.

I formaggi freschi sono quelli di pronto consumo. Tra questi si ricorda la ricotta. Quest'ultima si ottiene dal riscaldamento del siero intero, residuo dalla lavorazione dei formaggi vaccini, pecorini e misti. La ricotta siciliana presenta un sapore delicato, un aspetto soffice, una struttura finissima e un colore variabile dal bianco al giallo, a seconda se ottenuta dal siero di formaggio pecorino e misto oppure dal siero di formaggio vaccino. Essa rappresenta l'ingrediente base per la preparazione delle più rinomate ricette della dolceria tipica siciliana. Una variante è la ricotta salata ottenuta dalla salatura della ricotta fresca.

I formaggi a pasta molle (gorgonzola, robiola, etc.) non entrano di norma nella nostra tradizione; quelli a pasta filata: mozzarella, scamorza, provola, per quanto ottimi, sono di produzione relativamente recente. Infatti, essendo prodotti freschi, senza stagionatura, sono da avviare all'immediato consumo, quindi rispondono ad una logica di mercato assolutamente moderna. Infine quelli a pasta dura: caciocavallo e pecorino siciliano, che sono ancora oggi i "veri" formaggi della tradizione siciliana.

Il modello di vita tradizionale legato alla sussistenza e alla ricchezza della dispensa contadina, con gli alimenti che devono arricchire la "credenza" per essere consumati nei momenti di "magra", ha fatto sì che i formaggi stagionati, siano nell'Isola i trionfatori della buona tavola e del buon gusto.

I formaggi tradizionali, ancora oggi cagliati con siero-innesto naturale, prendono il nome dal tipo di latte, dalla tecnica di stagionatura e dalla forma con cui vengono approntati.

Il caciocavallo è prodotto con latte di vacca intero, di varia stagionatura (a seconda se è dolce-fresco o stagionatopiccante) a forma di parallelepipedo.

Il pecorino siciliano è prodotto con latte di pecora intero. Di forma generalmente rotonda, di media pezzatura, può essere consumato fresco, (tuma o primo sale) o semistagionato (secondo sale) o stagionato offrendo, in questo caso, un intenso sapore piccante. Può essere condito con bacche di pepe nero.

Il canestrato è prodotto con latte di vacca o misto, lavorato manualmente, sottoposto a scottatura e stufatura naturale e salato a secco. Più o meno piccante è la versione siciliana dei formaggi da condimento.

 
 
La storia di San Giuseppe Jato è relativamente recente, perché risale a poco più di due secoli fa. Il primo nome del paese fu San Giuseppe dei Mortilli, così chiamato perché sorto nell'ex-feudo Mortilli, che, insieme agli altri feudi circostanti (Dammusi, Signora, Pietralunga, Macellare e Sparacia), è appartenuto fino al 1776 al Collegio dei Gesuiti di Trapani. In quell'anno Ferdinando IV di Borbone, Re delle due Sicilie...

La storia

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La storia di San Giuseppe Jato è relativamente recente, perché risale a poco più di due secoli fa. Il primo nome del paese fu San Giuseppe dei Mortilli, così chiamato perché sorto nell'ex-feudo Mortilli, che, insieme agli altri feudi circostanti (Dammusi, Signora, Pietralunga, Macellare e Sparacia), è appartenuto fino al 1776 al Collegio dei Gesuiti di Trapani. In quell'anno Ferdinando IV di Borbone, Re delle due Sicilie, seguendo l'esempio del padre Carlo III, Re di Spagna, firmava un decreto con il quale ordinava l'espulsione dal regno dei componenti della Compagnia di Gesù. In tal modo furono incamerati dalla Corte gli immensi beni da costoro posseduti. Da allora tali beni furono amministrati da una giunta speciale detta Giunta degli Abbusi, fino a quando con un dispaccio del primo Agosto 1778, essa non fu aggregata al Tribunale del Real Patrimonio che ordinò la vendita dei beni ecclesiastici incamerati. Detti feudi vennero allora acquistati da Don Giuseppe Beccadelli di Bologna e Gravina, Marchese della Sambuca, il quale, in seguito a tale acquisto, nel 1778 godette della sovrana concessione di far sorgere un Comune in quel territorio (licentia populandi). Il Marchese della Sambuca, poi Principe di Camporeale, fece costruire un piccolo borgo sotto le pendici del Monte Jato, innalzando delle piccole case intorno ad un Casale ed ad una Chiesetta, appartenuti ai Gesuiti. Quindi, per invogliare i coloni dei paesi vicini ad affluirvi, fece dei bandi in cui prometteva, oltre alle case, anche un premio di nuzialità, di onze due.

Le terre incolte ma abbastanza fertili, furono cedute ai coloni in enfiteusi e ben presto si ebbero apprezzati prodotti: il grano quale coltura predominante, e poi importanti vigneti e sommacheti. Venne così a costituirsi un villaggio popoloso e ordinato, con le case a un piano tipiche dei terrazzani a cui fu dato, appunto, il nome di San Giuseppe dei Mortilli, dal nome del suo fondatore ma, anche, per sottolineare la devozione della gente verso San Giuseppe. 

Il borgo, sia per la fertilità del suolo che per la sua ubicazione, essendo passaggio obbligato per il traffico che si svolgeva dall'interno dell'isola verso Palermo, ebbe un facile sviluppo tanto che, intorno al 1831, dopo poco più di 50 anni, dalla sua fondazione contava circa 5000 abitanti. La vita del paese si svolse abbastanza tranquilla fino al 1838, anno in cui per forti e continue piogge torrenziali, si verificò una enorme frana, che distrusse i 2/3 dell'abitato senza però causare vittime. Le famiglie disastrate, in parte, trovarono rifugio nelle zone dell'abitato rimaste illese, in parte, ritornarono verso i paesi di origine; in parte, si spostarono verso sud. La ricostruzione delle case avvenne, per disposizione governativa, in contrada Sancipirello, distante circa mezzo miglio da San Giuseppe dei Mortilli. Nacque così il nuovo agglomerato urbano di San Cipirello, che divenne autonomo nel 1864.

Il 24 dicembre 1862 San Giuseppe dei Mortilli cambiava il suo nome in San Giuseppe Jato, per ricordare l'antica città che sorgeva sul Monte

Il paesaggio montuoso è ricco di grotte. Alcune risalgono addirittura a 15.000 anni fa (paleolitico superiore). Tante sono quelle site sul Monte Reitano: 5 aperture circolari nella roccia, di circa 70 cm di diametro, perfettamente levigate ai bordi, con anche dei fori laterali dove, forse, venivano incastrate le coperture.

Le grotte

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Il paesaggio montuoso è ricco di grotte. Alcune risalgono addirittura a 15.000 anni fa (paleolitico superiore). Tante sono quelle site sul Monte Reitano: 5 aperture circolari nella roccia, di circa 70 cm di diametro, perfettamente levigate ai bordi, con anche dei fori laterali dove, forse, venivano incastrate le coperture.

Inoltre, sul Monte Mirabella (circa 800 s.l.m.) si trova una altra importante grotta con delle pitture rupestri. La cavità è costituita da un unico ambiente della lunghezza di circa 25 metri, con un'altezza variabile: circa sette metri all'ingresso e nel primo tratto; poco più di due metri nella parte terminale. Risalente, presumibilmente, al periodo neolitico, presenta figure di animali e figure di donna. A sinistra, sono effigiate due figure di animali; quindi, a destra, è una figura di donna con la testa a cuneo. Sotto, sulla destra, appena visibile, ancora una figura femminile seduta. Accanto, un'altra figura femminile che ha le mani alzate e, più vicino, ancora, a destra ma un po' più in basso, una donna priva del braccio destro. Sulla sinistra è una figura cava; sulla destra infine, una figura molto stilizzata a forma di arco.

La società di oggi valorizza nuovamente Arti e Mestieri. La tradizione dei prodotti "fatti a mano", artigianali, sembra voler ritornare con la sua scelta di bellezza, di pregio e di qualità...

L'artigianato

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La società di oggi valorizza nuovamente Arti e Mestieri. La tradizione dei prodotti "fatti a mano", artigianali, sembra voler ritornare con la sua scelta di bellezza, di pregio e di qualità. A San Giuseppe Jato botteghe del vetro, del cuoio, di ceramica, con un forte richiamo al territorio, si sommano ai centri che valorizzano i prodotti etnogastronomici.

Una notazione a parte merita "l'arte del ricamo". Pizzi e merletti, che un tempo impreziosivano il corredo della sposa, sono ritornati protagonisti, grazie alla perizia delle donne di San Giuseppe Jato, che, mai dismettendo l'antica abilità, hanno voluto conservare questa capacità di creare splendidi capi per la persona e per la casa.

Il Comune sta tentando di ricostruire intorno a questo antico mestiere una ripresa di consenso e di significato, promovendone l'attività all'interno di una vera e propria Fiera/Mercato annuale. E così, per rilanciare i prodotti e per trovare nuovi mercati.

 
Vallate ricche delle più varie colture, in specie vigneti; strade e trazzere che si disperdono nei boschi; tanti laghetti; acque scintillanti e rumorose. Qui domina il fiume Jato che dalla sorgente Cannavera congiunge le acque della fonte Rizzolo con quelle della Chiusa, in un corso lungo e tortuoso ai piedi del Monte Jato. Qui, nella valle, a circa trenta chilometri a Sudovest di Palermo si estende San Giuseppe Jato.

Il paesaggio

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Vallate ricche delle più varie colture, in specie vigneti; strade e trazzere che si disperdono nei boschi; tanti laghetti; acque scintillanti e rumorose. Qui domina il fiume Jato che dalla sorgente Cannavera congiunge le acque della fonte Rizzolo con quelle della Chiusa, in un corso lungo e tortuoso ai piedi del Monte Jato. Qui, nella valle, a circa trenta chilometri a Sudovest di Palermo si estende San Giuseppe Jato.

Dalla sommità del Monte (852 metri) si gode uno splendido panorama con sullo sfondo le vette che fanno da avamposto alle Madonie: Monte Mirabella, Monte Dammusi, Monte Signora, Monte della Fiera. Poi, lo sguardo si spinge fino al mare verso Castellammare del Golfo, dove sfocia il fiume, che ha già generosamente alimentato, ad occidente, l'invaso artificiale del Poma.

Formato su tre lati da ripidi pendii, il Monte Jato è, di fatto, praticabile solo se si attraversa, ad est, un contiguo pianoro. Tale configurazione lo ha reso nell'immaginazione popolare simile a un Dio Protettore che rende sicuro l'insediamento degli uomini. Salvo ad arrabbiarsi: ché, allora, le vene che lo irrorano si gonfiano a dimostrare la sua potenza di Dio dell'acqua. Dice la leggenda che le sue "viscere" siano formate da un reticolo di caverne e cunicoli sotterranei, tant'è che quando piove incessantemente, dalle due grotte, la Piccola e la Grande, che esistono sul costone di nordovest, muove un torrente fragoroso che cade rumorosamente nella valle.

È bene ricordare che una terribile alluvione ha funestato nel marzo 1838 il Comune di San Giuseppe Jato. La frana ha distrutto gran parte del paese; ma, intorno alle case rovinate e, ancora più a sud, la comunità non solo ha ricostruito il suo habitat, ma ha dato vita ad un altro insediamento, San Cipirello. Questo ultimo conurbato, nonostante la separazione amministrativa, a San Giuseppe Jato appare, difatti, per volontà della Montagna, una sua prodigiosa emanazione.

All'imbocco della via Umberto è posizionato l'antico Bevaio, documento dei ritmi dell'antica città rurale quando la sua funzione era quella di fornire l'acqua potabile per gli uomini e gli animali; oltre ad essere il luogo dove le donne si recavano per lavare i panni. Non a caso esso aveva una forma circolare sollevata dal piano del calpestio; mentre, sulla sommità del muro, che ne costituiva il fondale, una canaletta assicurava il libero scolo delle acque piovane.

I bevai

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All'imbocco della via Umberto è posizionato l'antico Bevaio, documento dei ritmi dell'antica città rurale quando la sua funzione era quella di fornire l'acqua potabile per gli uomini e gli animali; oltre ad essere il luogo dove le donne si recavano per lavare i panni. Non a caso esso aveva una forma circolare sollevata dal piano del calpestio; mentre, sulla sommità del muro, che ne costituiva il fondale, una canaletta assicurava il libero scolo delle acque piovane.


Oggi la decadenza della sua funzione primaria ha fatto del Bevaio una sorta di "monumento". Vi si accede con una gradinata, intervallata da pianerottoli e l'intero complesso appare sistemato "a giardino" con un prato all'inglese, adornato da siepi e sedili per la sosta.


Un altro bevaio, più piccolo, è conservato all'altra estremità del paese, in via Vittorio Emanuele.

 
 
I primi piatti sono minestre a base di verdure e legumi o paste asciutte condite con salsa di pomodoro, all'uso antico, "con il pelato in bottiglia"...

I piatti tipici

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I piatti tipici si legano di norma ai prodotti agricoli di stagione.

I primi piatti sono minestre a base di verdure e legumi o paste asciutte condite con salsa di pomodoro, all'uso antico, "con il pelato in bottiglia", preparato durante l'estate all'uso casalingo; oppure, "pasta fatta in casa", condita con l'astrattu, cioè a dire il concentrato di pomodoro essiccato al sole. Si usa, anche, spaccare ed essiccare al sole il pomodoro che poi, durante l'inverno, ripieno con un impasto di mollica, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio e pepe viene fritto e servito secondo la tradizione popolare contadina. Altro piatto tipico è la "pasta con le sarde" e con finocchietti di montagna, pietanza diffusa in zona, ma esito della migrazione dei palermitani.

I secondi piatti sono a base di carne, pesce, verdure, uova. Tra i piatti tipici si segnalano u braciuluni che consiste in un grosso involto di carne contenente: uovo sodo, lardo, pomodoro pelato, formaggio; la carni di crastu cu l'ammogghiu che consiste in un arrosto di montone su cui viene spalmata con ramoscelli di menta o di origano, una salsa a base di olio, timo, aglio, sale e pepe; o, ancora, la sasizza cu i cavuliceddi salsiccia soffritta insieme ad una verdura locale detta, appunto, cavuliceddi cotta in precedenza.

Da ricordare, infine, le insalate, quelle con pomodori, cipolle, ortaggi, condite con l'origano e le olive; oppure le insalate di arance.

Su ogni tavola si ritrovano, ancora, le forme rotonde del pane, cotto a legna, secondo l'uso di quello "fatto in casa" e dell'ottimo vino prodotto dai vigneti della valle Jato. È questo un vino robusto, forte, di buon sapore, dalla elevata gradazione alcolica, ottimo quale vino da taglio ma che si preferisce bere genuino anziché "tagliato", accompagnato, per una questione di gusto, con le cosiddette "olive conzate". Il vino può essere anche "cotto", allora è un ottimo prodotto medicamentoso contro le malattie da raffreddamento; oppure, serve come ingrediente per la confezione dei "mustazzola" tipici biscotti romboidali a base di farina di grano, mandorle tostate e miele.

Ci sono poi delle specialità gastronomiche legate ad una determinata tradizione locale ed ad un particolare tempo, sia di fattura che di consumo. Al periodo della vendemmia, ad esempio, sono legate i "muffuletti" detti pure "vaconza". Sono tipiche focacce casalinghe, fatte con pasta di farina di grano duro, che vengono condite, all'interno, con olio d'oliva, formaggio pecorino, grattugiato o a pezzetti, pepe e sale. C'è pure chi preferisce condirle con la sola ricotta.

Una volta, ai primi chiarori del giorno, percorreva il paese il "venditore di muffuletti" che con la sua "cartedda" (cesta) piena di focacce, coperta da un panno di lana per non disperderne il calore "abbanniava" (gridava): «ora ora sfurnaru i vaconza; cavuri cavuri sunnu i vaconza».

A novembre, durante la cosiddetta "estate di San Martino", si preparano i "sammartinelli" (tricotti), tipici biscotti che si mangiano inzuppandoli in un vino liquoroso.

Il 13 Dicembre ricorrenza di Santa Lucia è tradizione che, per devozione alla Santa, non si mangi né pane, né pasta. Per quel giorno si prepara la "cuccia", antica pietanza a base di grano bollito, condito con una crema di ricotta e pezzetti di cioccolato; oppure,si mangiano riso o legumi.

Tra i dolci delle Feste bisogna ricordare i "cucciddata" che ogni famiglia prepara durante la settimana che precede il Natale. Questi dolci sono confezionati con pasta di farina dolce, con all'interno un impasto a base di fichi secchi, nocciole, noci, cacao, vaniglia zuccata. Appena sfornati vengono smaltati con la "velata", che è un miscuglio pastoso a base di bianco d'uovo battuto, zucchero, vaniglia, cannella. Sulla "velata", infine, viene cosparsa la "paparina" che è una granella di piccolissimi confetti colorati.

Alla Festività di San Giuseppe sono da ricondursi le cosiddette "sfincie", che sono zeppole fritte, condite con crema di ricotta e canditi.

Per Pasqua, si preparano i "pupa cu l'ova" che si chiamano così perché riproducono, modellate con la pasta dolce, intorno ad un uovo sodo, figure umane o di animali.

 
 
 

Storia e cultura

Storia e cultura

Antichi reperti incastonati come gemme preziose in luoghi che raccontano radici di antiche civiltà 

I reperti più antichi di Monte Jato sono frammenti di ceramica indigena dipinta, databile tra il 1000 e l'850 a. C.; l'insediamento potrebbe, dunque, risalire agli inizi del I millennio a.C.

Gli scavi

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L'apertura domenicale delle Case D'Alia per il mese di Dicembre è dalle 9 alle 18.

I reperti più antichi di Monte Jato sono frammenti di ceramica indigena dipinta, databile tra il 1000 e l'850 a. C.; l'insediamento potrebbe, dunque, risalire agli inizi del I millennio a.C.

Di questo periodo autoctono, però, si sa poco come quasi nulla è rimasto dei periodi seguenti, fino ai reperti che attestano i contatti con il mondo greco, L'edificio più antico finora noto è un Tempio dedicato ad Afrodite, costruito verso il 550 a.C.

Dalla presenza di materiali di importazione di origine greca, si deduce che i primi contatti, nonché il successivo insediamento dei Greci, siano databili alla prima metà del VI sec. a. C. I resti di una architettura pubblica ci permettono di valutare la consistenza di tali rapporti.

Per il V e IV sec. a. C. sono attestati edifici sacri, individuati a sud di quella che sarà la piazza principale della città ellenistica. Dell'abitato dell'epoca si conosce finora una casa con cortile, parzialmente a due piani, facente parte della zona abitata dai Greci.

Verso il 300 a.C., la città venne interamente ricostruita secondo i canoni urbanistici greci. Furono conservati, a quanto attualmente ci è dato di constatare, i menzionati edifici sacri e la casa a cortile. Fanno parte della nuova pianta urbanistica le fortificazioni, la rete viaria nonché edifici pubblici di rilievo come il Teatro e l'Agorà con i suoi portici e con il retrostante buleuterio (la grande sala per le sedute del consiglio dei cittadini, o boulé). I quartieri residenziali furono anch'essi edificati a nuovo. Caratteristiche sembra fossero le case signorili con cortile a peristilio (cioè con corte interna circondata da un portico a colonne), di cui una messa alla luce per intero e altre sono in corso di scavo.

Successivamente, in epoca romana (I sec. d. C.) la città principia la sua decadenza. La grande casa a peristilio e il tempio di Afrodite vanno in rovina. Gli stessi edifici sulla piazza principale e l'Agorà risultano trascurati.

Del resto, l'attività edilizia nel periodo romano imperiale è scarsissima. L'ultimo ampliamento del teatro greco, che prevedeva la costruzione di un corridoio d'accesso a lato dell'edificio scenico, rimane incompiuto.

Nonostante tutto, la vita della città continua, fino al pieno Medioevo. Del periodo bizantino ci sono pervenute talune monete emesse dagli imperatori di Costantinopoli.

Del momento successivo, arabo-normanno, è testimonianza un insediamento musulmano ad ovest del centro antico, nella zona dell'altopiano (non ancora toccato dagli scavi). Tra i ritrovamenti del periodo arabo-normanno sono da annoverarsi talune monete d'argento coniate da Muhammed Ibn Abbad, che fu l'ultimo dei capi ad opporsi a Federico II, e molte dimore che attestano l'importanza raggiunta da Giato in epoca medioevale prima e durante la grande insurrezione contro l'imperatore cristiano.

Infine, l'età svevo-normanna è ampiamente documentata da ceramiche e monete. Infatti, numerose sono le emissioni monetali con i nomi dei sovrani Enrico VI e di suo figlio Federico II.

La presenza di una zona archeologica esito della campagna di scavi promossa a partire dal 1971, dall'Università di Zurigo (direttore il prof. Hans Peter Isler), in stretta collaborazione con la Sovrintendenza di Palermo, ha prodotto la costituzione del Museo Civico Retino...

Il museo civico

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La presenza di una zona archeologica esito della campagna di scavi promossa a partire dal 1971, dall'Università di Zurigo (direttore il prof. Hans Peter Isler), in stretta collaborazione con la Sovrintendenza di Palermo, ha prodotto la costituzione del Museo Civico Retino, aperto in via Roma a San Cipirello, avvenuta in seguito al ritrovamento delle quattro statue, due menadi e due satiri, provenienti dalla facciata del teatro.

La Sovrintendenza aveva deciso di trasportare le statue al Museo Nazionale di Palermo, ma la popolazione si mobilitò e in poco tempo riuscì ad approntare quanto era necessario per trasportare e mettere al sicuro le quattro mastodontiche sculture.

Le statue sono alte oltre due metri e seguono tutte la stessa tipologia. Le braccia alzate sostenevano un carico oggi mancante. Le donne portano entrambe una corona d'edera: sono dunque menadi che accompagnano Dioniso, il dio del teatro. Le figure maschili sono satiri, appartenenti anch'essi alla cerchia di Dioniso. Hanno il petto cinto di una ghirlanda e indossano una gonnella di pelo, il costume degli attori. Questo tipo di sostegno architettonico in forma umana è attestato in Sicilia, per personaggi maschili, a partire dal V sec. a.C. II materiale delle statue, il calcare fine del Monte lato, rende possibile l'elaborazione dettagliata di tutti i particolari. Lo stile delle figure è classico, la simmetria compositiva deriva dalla funzione di cariatide. Le statue appartengono all'edificio scenico originale. Le particolari condizioni di rinvenimento impediscono, per ora, di ricostruirne la collocazione precisa. Le statue indubbiamente, non erano autonome, ma inserite nell'architettura, e collocate in posizione angolare, come indicato anche dal fatto che una sola delle mani è lavorata. Due leoni accovacciati decoravano sul fianco le file di gradinata riservate alle autorità, soluzione decorativa questa che non trova per ora riscontro in altri teatri noti. Si espone uno dei leoni, reintegrato da più frammenti. Le differenze di colore della pietra indicano tuttora che i frammenti riposarono per secoli in strati di terra diversa il corpo del leone, privo di tre zampe, giaceva, ricoperto di fango, al centro dell'orchestra. Due delle zampe si rinvennero in prossimità delle due statue femminili, la terza apparve invece, anni dopo, vicino ai posti d'onore sul lato opposto dell'orchestra. La testa, che per secoli emergeva dal terreno, risulta molto consunta dalle intemperie. In fondo alla sala si vede, ricostruita, parte del tetto dell'edificio scenico del teatro. Si tratta di tegoloni lunghi quasi un metro e molto pesanti. Hanno le caratteristica di essere bollati con iscrizioni greche. Per coprire l'edificio scenico ci volevano almeno mille di queste tegole. Le tegole a iscrizione vanno attribuite al tetto del secondo edificio scenico. Una prima serie di queste recava l'indicazione: "TEATPOY del teatro'', applicata in posizione centrale. Lo stesso stampo "TEATPOY", già difettoso, fu riutilizzato per una serie di tegole di ricambio. Tutti gli edifici pubblici della città greca Iaitas, e cioè il tempio di Afrodite, l'edificio scenico, i portici dell'Agorà, erano coperti di tegole, bollate prima della cottura. Si voleva così impedire il furto di beni pubblici per scopi privati. Edifici pubblici richiedono una manutenzione costante. Numerose iscrizioni di tegole indicano nomi di persone che sono i nomi dei magistrati responsabili.

Con il tempo, il Museo si è arricchito di altri reperti di pregevole valore archeologico appartenenti ai periodi elimo, greco, romano e medioevale. Tali reperti sono tipologicamente e cronologicamente esposti in opposite vetrine.

Vetrina I: In alto si vedono alcuni materiali provenienti dagli strati di distruzione della casa a peristilio, come un calice di terra sigillata, un coltello da macellaio, e, in calchi, alcune monete. Spicca un manico di bronzo decorato a testa di satiro. Elementi della decorazione pavimentale e parietale della casa si vedono al ripiano inferiore. In alto a destra, esposta una campionatura delle lucerne provenienti dal deposito votivo davanti al tempio di Afrodite, e inoltre il vaso frammentario che reca inciso l'inizio del nome della divinità. Sul piano medio sono esposti i vasi del deposito votivo trovato all'interno del tempio di Afrodite. Questo deposito comprendeva anzitutto vasi per bere importati, tra cui due coppe fabbricate ad Atene, gravemente frantumate, appartenenti alla classe Droop. Pure da Atene proviene una tazza a vernice nera; quattro tazze molto frammentarie, di forma analoga, verniciate solo parzialmente, provengono invece da Corinto. C'è poi un gruppo di ciotole decorate a nastri, molto danneggiate, di produzione indigena locale. La ceramica d'importazione, di per sé semplice, deve essere stata altamente apprezzata a Iaitas, visto che ha subìto riparazioni a filo di piombo, di cui restano evidenti i fori praticati nella parete dei vasi. Nel ripiano inferiore della vetrina I sta, a sinistra, l'altare domestico della casa a peristilio. Seguono alcuni vasi usati dagli abitanti in epoca ellenistica. A destra si vede una scelta di materiale indigeno anteriore all'arrivo dei Greci a Iaitas, scoperto negli strati sottostanti il tempio di Afrodite.

Vetrina II: Nel ripiano superiore si vede una lucerna a sostegno, dono votivo ad Afrodite, il piattello di terra sigillata indica l'abbandono del teatro in epoca tiberiana, mentre i frammenti di sigillata africana provengono dagli strati tagonista bella e desiderata e quella del vecchio schiavo furbo. Sono tipi di maschera ben noti deldi crollo dell'edificio scenico, avvenuto attorno al V secolo d.C. Alcuni vasi medievali invece furono scoperti in una cucina di epoca tarda sull'Agorà. Il ripiano medio e quello inferiore mostrano, a sinistra, i vari tipi di antefissa del teatro, e cioè, in due varianti, la maschera della giovane prola Nuova Commedia di Atene. Si legge anche il bollo del fabbricante di queste antefisse, Portax, la cui fornace è stata identificata alcuni anni or sono alla foce del fiume lato. Nel ripiano medio a destra vediamo due grandi frammenti di vasi indigeni dell'ultimo periodo, databili, in base a vasi greci associati (il piccolo frammento a vernice nera, di importazione da Atene), nella prima metà del V secolo a.C. Nel ripiano inferiore sono esposti alcuni vasi sporadici provenienti dalla necropoli, saccheggiata prima dell'inizio degli scavi regolari. Sporadico è anche un coperchio di urna romana in marmo, ritrovato in un contesto medievale dell'agorà.

Vetrina III: Sono qui illustrate le tipologie della ceramica indigena incisa e dipinta, della ceramica greca a vernice nera e di quella romana (sigillata aretina ed africana).

Vetrina IV: Si espone una campionatura della ceramica medievale invetriata a base di piombo. Vi si aggiungono le pentole invetriate e quelle fatte a mano libera.

Vetrina in basso al centro: Adestra si illustra la tipologia delle lucerne di Monte lato, dagli inizi nel VI secolo a.C. fino in epoca sveva. A sinistra prodotti dell'artigianato antico e medievale. Spicca un frammento di rilievo osseo con Ganimede rapito dall'aquila di Giove. Notevoli anche i bronzi medievali di accurata lavorazione. Nel ripiano inferiore stanno un capitello ionico e una base, provenienti dal cortile della casa a peristilio. Inoltre due tegole con iscrizione bollata, l'una con il nome della città Iaitas, l'altra con il nome del magistrato Tammaros.

La piazza principale o Agorà della città si estende su un'area aperta, di 50 per 40 metri, pavimentata di lastre arenarie analoghe a quelle della via principale.

La piazza principale

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La piazza principale o Agorà della città si estende su un'area aperta, di 50 per 40 metri, pavimentata di lastre arenarie analoghe a quelle della via principale.

La piazza era circondata, sui lati est, nord e ovest, da portici a due navate. Le colonne poggiavano su uno stilobate a tre gradini. In origine il portico nord, a due navate, si protraeva oltre l'angolo ovest della piazza. Alcuni blocchi dello stilobate sono rimasti in situ, i più vennero reimpiegati per il nuovo portico ovest, aggiunto in un momento successivo. Due diversi tipi di lastrico evidenziano i due periodi di costruzione. Il lato ovest della piazza principale comprende tre edifici, eretti su una pianta unitaria: il portico, la retrostante sala del consiglio o bouleuterion di Iaitas e, annesso a sud, un tempio.

L'intero impianto fu realizzato nel II sec. a.C. avanzato; nella sua interezza si data due secoli dopo la piazza.

Nell'area del portico ovest sono state rinvenute tegole con bollo latino, segno della dominazione romana che da oltre un secolo incombeva sulla città su tutta la Sicilia occidentale. Il portico ovest, a due navate, e largo 9 metri, fu costruito con materiale di reimpiego e ricongiunto, alla ben e meglio, con lo stilobate del portico nord. Sono stati trovati elementi del colonnato sia interno che esterno, entrambi di ordine dorico. Alcuni fusti di colonna, scoperti in posizione di crollo sono stati rialzati per motivi di conservazione.

La sala del consiglio, di pianta quasi quadrata, includeva 9 gradinate a semicerchio, accessibili tramite 4 scalinate. Gli oratori che intendevano rivolgersi all'assemblea si collocavano nello spazio libero fra le due porte d'accesso.

 
Sul pianoro del Monte Jato, fiorì la greca Jaitas, su un insediamento assai antico, le cui origini si fanno risalire, comunemente, alle popolazioni sicanoelime della Sicilia occidentale (I millennio a. C.).

Antica città di Jato

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L'apertura domenicale delle Case D'Alia per il mese di Dicembre è dalle 9 alle 18.

Sul pianoro del Monte Jato, fiorì la greca Jaitas, su un insediamento assai antico, le cui origini si fanno risalire, comunemente, alle popolazioni sicanoelime della Sicilia occidentale (I millennio a. C.).

La prima fonte storica, anche se contestata o rifiutata, è quella di Tucidide il quale fa cenno dell'occupazione della città da parte di Gilippo, durante il suo cammino verso Siracusa.

Nel 340 a.C. essa è menzionata, a proposito di un agguato teso dai Cartaginesi ai soldati mercenari di Eutimo di Leucade.

Il periodo più florido si data intorno al 300 a. C., quando si rinsaldano i rapporti che legano gli indigeni abitanti sul Monte Jato ai Greci, tant'è che taluni si essi si trasferiscono nella Valle, dando vita ad un proficuo modello di coabitazione. Poi, ai Greci subentrarono i Romani, i quali, successivamente, la annoverarono tra le città "stipendiarie" della Sicilia. Nel 71 a. C. Jaitas fu vittima delle vessazioni e ruberie di Caio Verre, allora pro-rettore in Sicilia.

Dopo l'età romana, è attestata anche, seppure poco documentata, una fase di vita in età bizantina, a cui mise fine la conquista araba della Sicilia iniziata nell'827. Le fonti e i documenti di età normanna attestano che la presenza musulmana a Giato (nome della città in età arabo-normanna) era molto forte. La città, in quel periodo, era abitata da tredicimila famiglie musulmane. Durante la dominazione normanna, Giato (Catù) conobbe uno splendido momento di benessere economico come lo si evince dalle parole di Ibn Idrisi nel suo "Libro di Ruggero" e dal famoso documento latino-arabo del 1182, detto Rollo, con cui Guglielmo II donava appunto a S. Maria Nuova di Monreale i territori di Jato (Magna Divisa Jati), Corleone e Calatrasi.

Poi, la dominazione sveva segna, senza dubbio, la città musulmana negativamente portandola, prima, alla ribellione (1243) e, poi, alla sconfitta (1246) ad opera dell'Imperatore Federico II.

Distrutta Giato, i suoi abitanti furono deportati a Lucera, in Puglia. La sopravvivenza di toponimi arabi, nella Valle dello Jato, dimostra, comunque, che nonostante l'estirpazione la presenza arabo- musulmana, nella zona, perdurò a lungo.

 
L'edificio più antico di carattere pubblico, di 17,8 su 7,25 metri, si trova nella zona di scavo occidentale. La caratteristica pianta indica che si tratta di un edificio sacro. La facciata era messa in risalto da grossi blocchi di pietra agli angoli esterni. I muri esterni, soprattutto dei lati nord e ovest, sono abbastanza ben conservati, mentre sul lato a valle non ne restano che le fondazioni.

Il tempio di afrodite

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L'edificio più antico di carattere pubblico, di 17,8 su 7,25 metri, si trova nella zona di scavo occidentale. La caratteristica pianta indica che si tratta di un edificio sacro. La facciata era messa in risalto da grossi blocchi di pietra agli angoli esterni. I muri esterni, soprattutto dei lati nord e ovest, sono abbastanza ben conservati, mentre sul lato a valle non ne restano che le fondazioni. Nel Medioevo l'edificio ha subito ulteriori danni, dal momento che se ne sono ricavate pietre per nuove costruzioni.

L'analisi accurata dei frammenti di ceramica contenuti nei pavimenti e nelle trincee di fondazione dimostra che il tempio è stato costruito verso il 550 a.C. o poco dopo.

La pianta dell'edificio mostra un vano posteriore chiuso, un adyton, tipico del tempio greco della Sicilia occidentale. Il vano principale era suddiviso da due colonne di legno di cui si sono rinvenuti solo la base e un capitello in posizione di crollo. La porta del tempio si trovava al lato est. Antistante al tempio si distingue l'altare, eretto in grossi blocchi.

Questo tipo di tempio era diffuso in tutto il mondo greco. Tipicamente greche sono la tecnica di costruzione e la pianta ortogonale, accuratamente proporzionata.

Lo scavo del cortile a peristilio ha messo in luce fusti di colonna del pianoterra ancora eretti. Molti elementi archi-tettonici giacevano fra di essi in posizione di crollo. Gli elementi architettonici in calcare locale, lavorati con cura fin nei minimi particolari, sono di ordine dorico e di ordine ionico.

La casa a peristilio

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Lo scavo dei quartieri residenziali della città nuova si è finora concentrato su una dimora signorile con cortile a colonnati, chiamata perciò "casa a peristilio". L'edificio occupa al pianterreno 800 metri quadrati ed era dotato su gran parte della sua superficie, di un piano superiore. L'aspetto elegante della casa fa pensare a un proprietario di rango elevato.

A Iaitas, peraltro, esistevano, come evidenziato da altri "saggi di scavo" presenti in loco, numerose altre dimore dello stesso stile.

Nella pianta della casa si contano in tutto, cortili compresi, 25 vani. L'approvvigionamento con acqua potabile era garantito da non meno di 4 cisterne d'acqua piovana, in parte con copertura ad archi. La facciata della casa, rivolta a sud, era messa in rilievo da grandi blocchi di calcare, privi di funzione statica, poggianti su un muro di piccole pietre. Dallo spazio antistante il tempio di Afrodite si accedeva, per pochi gradini, al vano d'ingresso. Passato questo vano, si raggiungeva il cortile a peristilio. Da un'entrata secondaria, si accedeva al peristilio tramite uno stretto corridoio; esso stabiliva un collegamento anche con il cortile di servizio. Taluni vani dell'angolo sud-est, di livello interno più basso rispetto al cortile della casa, disponevano di ingressi autonomi. Si tratta di botteghe certo subaffittate. L'uso di alcune di esse è stato chiarito: vasche di pietra a livello del suolo attestano, assieme a resti di attrezzi caratteristici, la presenza di una "fullonica", cioè di una tintoria. Vi si lavavano e ricoloravano tessuti nuovi e usati.

Lo scavo del cortile a peristilio ha messo in luce fusti di colonna del pianoterra ancora eretti. Molti elementi archi-tettonici giacevano fra di essi in posizione di crollo. Gli elementi architettonici in calcare locale, lavorati con cura fin nei minimi particolari, sono di ordine dorico e di ordine ionico.

Il colonnato del cortile era a due piani. La galleria del piano superiore, con pavimento in cocciopesto, era delimitata da balaustre. L'area del cortile era dotata di un lastrico finemente levigato. Le colonne sono, nella parte inferiore, sfaccettate anziché scannellate. Gli ambienti di rappresentanza della casa erano situati sul lato nord del cortile. La caratteristica pianta, con porte e finestre decentrate, lascia intendere che i vani laterali erano sale da banchetto. Una casa greca includeva di norma almeno una sala da banchetto.

Al piano superiore esistevano stanze di pianta identica a quella del pianoterra: tre ambienti anch'essi di rappresentanza. In corrispondenza a quelle doriche del pianoterra troviamo qui due colonne ioniche all'entrata. Ogni sala di banchetto conteneva 9 letti, ciascuno dei quali poteva accogliere due convitati. Nelle 4 sale da banchetto dei due piani si arrivava dunque ad ospitare comodamente 72 persone.

Il bagno era dotato di un'anticamera e di un ambiente ausiliare. Disponeva di un lavandino, di cui non restava che il sostegno (distrutto, in seguito allo scavo, dai visitatori), e di una vasca da bagno incorporata. Il tutto non è stato rinvenuto al suo stato originale, ma trasformato. La porta comunicante con l'ambiente ausiliare è stata murata.

Eccezionale la presenza di una serie di vani adibiti a "bagno" privato. Bagni con vasche incorporate, in muratura, si riscontrano molto raramente in dimore private di epoca greca. Non a caso è proprio in Sicilia che ne esiste qualche altro esempio. Si tratterà di una comodità diffusa più nelle ricche zone periferiche del mondo greco che non nella Grecia vera e propria. Il muro nord della sala da bagno era attraversato dal condotto d'acqua del lavandino e da una tubatura (non più conservata) per la vasca. Al di là del muro dell'ambiente ausiliare, si constata che i condotti sboccano in nicchie con bacini, a dimostrazione della presenza di acqua corrente nel bagno, perché veniva versata a mano nei condotti! Per riscaldare l'acqua del bagno si è, anche, costruita una specie di camino al di sotto della vasca, con apertura ad arco direttamente nella sala. Nel cortile ovest, di servizio, si trova una scala d'accesso al piano superiore come pure, nell'angolo nord-ovest, il forno per il pane che si faceva in casa.

La grande casa a peristilio si presenta oggi amplificata rispetto alla sua pianta originale (300 a.C.). L'ala ovest che include il bagno con gli ambienti annessi e il cortile di servizio fu aggiunta in un secondo tempo (metà circa del III secolo a.C.).

La distruzione definitiva è avvenuta verso il 50 d.C., sotto l'imperatore Claudio.

Fondata intorno al I millennio a. C. e sviluppatasi fino al 1246 d. C., quando venne distrutta da Federico II, la lontana Jato offre allo sguardo una complessa stratificazione, venuta alla luce dopo una intensa e non ancora conclusa campagna di scavi.

La ricerca ed il parco

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L'apertura domenicale delle Case D'Alia per il mese di Dicembre è dalle 9 alle 18.

Fondata intorno al I millennio a. C. e sviluppatasi fino al 1246 d. C., quando venne distrutta da Federico II, la lontana Jato offre allo sguardo una complessa stratificazione, venuta alla luce dopo una intensa e non ancora conclusa campagna di scavi.

Attualmente i ritrovamenti più significativi riguardano l'antica Jaitas, tra l'età arcaica e quella classica del periodo greco.

Alla zona archeologica si accede attraverso una comoda carrozzabile. Per salire agli scavi, vi sono tre sentieri che si inerpicano sul monte. Uno è quello detto Dei Militi, che parte da San Cipirello e sale sulle falde del monte Jato, permettendo di godere la vista di uno splendido panorama. Un altro sentiero inizia dal Cimitero vecchio di S. Giuseppe Jato e conduce ad una pineta sulla sommità del monte. Un altro percorso è quello della Scala di ferro, che inizia dalla strada che conduce a Piana degli Albanesi, in corrispondenza del Cimitero nuovo.

Dal 1971 è stata intrapresa l'indagine sistematica dell'antica Jaitas a cura dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Zurigo sotto la direzione scientifica dell'archeologo Hans Peter Isler, che ancora vi effettua annualmente regolari campagne di scavo. Tenendo conto del grande interesse storico, documentario e artistico dei rinvenimenti, la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo ha promosso una serie di interventi per garantire la fruizione del sito all'interno del suo straordinario contesto ambientale. A tal fine è stata espropriata una vasta area, estesa circa 200 ettari con al suo interno il perimetro della città antica, che ricade dal punto di vista amministrativo nel territorio del Comune di San Cipirello.

Grazie all'intervento finanziario della Comunità Europea ed alla sinergica e convergente attività di molte istituzioni (Assessorato Regionale dei Beni Culturali e Ambientali, Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo, Comune di San Cipirello, Comune di San Giuseppe Jato, Provincia Regionale di Palermo, Azienda Autonoma per l'Incremento Turistico) è stato possibile, tra l'altro, realizzare le prime e necessarie infrastrutture che rendono possibile la visita del sito. Si è potuto, così, salvaguardare l'insediamento nella sua complessità topografica e ambientale, restituendo alla collettività un luogo ricco di storia e di cultura, nell'incontaminata bellezza del suo paesaggio naturale.

 
Il teatro della nuova città, largo in totale 68 m. è un monumento di grandi dimensioni. Dall'analisi della cavea risulta che v'erano 35 gradinate con una capacità di 4.400 posti.

Il teatro Jaitas

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Il teatro della nuova città, largo in totale 68 m. è un monumento di grandi dimensioni. Dall'analisi della cavea risulta che v'erano 35 gradinate con una capacità di 4.400 posti. L'anfiteatro, con le gradinate disposte a semicerchio, poggiava sul pendio naturale, sottostante la cima del Monte lato; solo l'ala orientale riposava su un ammasso artificiale, in seguito franato. Le tre gradinate inferiori, di cui la terza provvista di schienale, fungevano da "posti d'onore" per magistrati, sacerdoti e ospiti della comunità. Da un ambulacro retrostante i posti d'onore si accedeva, tramite 8 scalinate, alla cavea alta, suddivisa in 7 settori.

Un secondo ambulacro facilitava l'accesso ai posti della somma cavea non conservata. I sedili oggi mancanti furono per lo più reimpiegati nelle costruzioni medievali che vennero ad occupare la zona del teatro antico. L'orchestra, lo spazio circolare destinato alle danze del coro, aveva un suolo di battuto. L'acqua piovana scolava, tramite un tombino di pietra, nel canale che passa sotto la scena. L'edificio scenico, con i caratteristici parasceni laterali, è ben conservato. Essi racchiudevano il palcoscenico, rialzato di poco rispetto all'orchestra.

All'interno dell'edificio scenico si sono rinvenuti numerosi pezzi di pavimento del piano superiore e tegole rotte.

Intorno al 200 a.C. circa, il palcoscenico è stato alzato al livello del piano superiore e protratto nell'orchestra, per adattarlo alle nuove esigenze spettacolari, secondo l'uso del tempo diffusosi in tutto il mondo greco. L'ampliamento in profondità è un tratto siciliano, adottato in seguito al diffondersi dell'architettura teatrale romana. Un ultimo ampliamento dell'edificio scenico che prevedeva, in periodo romano tardo imperiale, la chiusura degli accessi sul lato est e la costruzione di un corridoio d'accesso al lato ovest è rimasto incompiuto.

 

 
I ruderi rinvenuti fanno pensare che attorno al Teatro si sia sviluppato un quartiere di case abbastanza povere, ad un solo ambiente, disposte a semicerchio nello spazio della cavea, costruite in massima parte con le pietre provenienti dal teatro stesso.

Il quartiere medievale Giato

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I ruderi rinvenuti fanno pensare che attorno al Teatro si sia sviluppato un quartiere di case abbastanza povere, ad un solo ambiente, disposte a semicerchio nello spazio della cavea, costruite in massima parte con le pietre provenienti dal teatro stesso.

Le case sono disposte intorno ad un cortile: la vita delle donne era in tal modo sottratta alla vista degli estranei. I cortili sono lastricati; le case, coperte di tegole, avevano pavimenti di battuto. All'interno della casa si trova spesso un ripiano di pietre per il letto. Uno degli angoli, separato da un muro curvo, serviva per tenervi le provviste. Vi si scoprono talvolta contenitori di derrate.

A monte delle case si trova un muro di confine. Oltre, quindi fuori dall'abitato, si sono scoperte delle tombe. Si tratta, secondo l'usanza di allora, di semplici tombe a fossa prive di corredo.

La presenza di queste sepolture in immediata prossimità dell'abitato si può spiegare con lo stato di assedio che Jaitas subì nell'ultimo periodo della sua esistenza.

 

Monte Jato raccontato
dall'Universität Innsbruck

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